E se la fine dell’umanità non coincidesse con la fine del mondo? È da questa inversione di prospettiva che nasce “The World We Lose”, il nuovo singolo di Giuseppe D’Alonzo realizzato in collaborazione con l’interprete canadese Earlys B, in uscita il 13 novembre su tutte le piattaforme digitali e anticipato dal videoclip ufficiale, interamente realizzato in stop-motion, su YouTube dal 9 novembre. Un brano che immagina la scomparsa dell’essere umano non come l’ultima tragedia possibile, ma come l’inizio di una nuova fase per il pianeta.
I protagonisti del racconto sono un vecchio e una balena; due figure lontanissime che diventano gli interlocutori di un dialogo sulla specie che siamo e siamo stati, sulle tracce che abbiamo lasciato e su ciò che potrebbe rimanere quando non ci saremo più.
La balena porta con sé una lunga e dolorosa tradizione di ferite inflitte dall’uomo alla natura. Ferite che attraversano epoche e generazioni e che, nel brano, finiscono per raccontare qualcosa di più vasto e profondo sulla nostra specie: la capacità di sviluppare strumenti, conoscenze e forme sofisticatissime di intelligenza senza riuscire a trovare un equilibrio con l’ambiente e con le altre forme di vita.
“The World We Lose” nasce da una provocazione volutamente estrema, quella di raccontare l’uomo come un esperimento evolutivo destinato a fallire. La vera protagonista della canzone, però, non è la fine dell’umanità, ma ciò che accade alla Terra quando l’uomo non c’è più; quando la nostra specie scompare e il pianeta continua ad esistere. E lo fa riprendendo spazio, riscoprendo e ricoprendo ciò che era stato costruito dagli esseri umani, cancellando lentamente i confini imposti dalla civiltà e riportando il paesaggio verso una condizione nella quale la presenza umana non è più il parametro attraverso cui misurare ogni cosa.

La Terra si riprenderà ogni nome spezzato, ogni menzogna seminata, ogni immagine scomparsa – «The earth will take back every broken name, every planted lie, every vanished frame» -, rendendo così l’umanità un passaggio brevissimo nella storia dell’universo, una presenza capace di lasciare ferite profonde, ma non necessariamente destinata a rappresentarne l’ultimo capitolo.
Un’apocalisse senza apocalisse, espressa magistralmente nel videoclip ufficiale, realizzato interamente in stop-motion, che ribalta l’immaginario tradizionalmente associato alla fine del mondo. Il video parte da una dimensione claustrofobica, attraversata da solitudine, angoscia e senso di costrizione, per arrivare progressivamente a un paesaggio nel quale la natura torna a occupare ciò che le era stato sottratto. Le persone vengono inghiottite dal terreno, le radici avvolgono le rovine, gli elementi costruiti dall’uomo smettono di dominare lo spazio e diventano parte di un paesaggio che lentamente, ma ininterrottamente, li assorbe.
Non c’è una Terra devastata perché l’uomo non esiste più. Accade esattamente il contrario: è proprio quando l’uomo scompare che il pianeta ricomincia a respirare.
Nel video compaiono anche figure mitologiche, tra cui le sirene, che nel racconto assumono il ruolo di testimoni e portatrici di una nuova forma di giustizia. La loro danza accompagna il ritorno a un equilibrio tra le specie che non passa da una riconciliazione con l’uomo, ma dalla sua assenza.
Una scelta visiva che porta fino alle estreme conseguenze il pensiero da cui nasce il brano: il mondo non coincide con la presenza umana.
Se il vecchio rappresenta l’uomo arrivato alla fine del proprio percorso, la balena porta ancora più avanti il significato che assume fin dall’inizio del racconto: custodisce e porta con sé una storia che precede e supera di gran lunga quella della nostra specie.
Nel dialogo tra i due emerge così il confronto tra due modi opposti di abitare il pianeta: da una parte una specie che ha progressivamente modificato l’ambiente per adattarlo alle proprie necessità, dall’altra una creatura che continua a esistere dentro equilibri naturali precedenti alla nostra presenza.
La balena non dimentica. Le ferite lasciate dall’umanità rimangono come ricordo di ciò che è accaduto e, nel racconto immaginato da D’Alonzo, persino come avvertimento per eventuali forme di vita future: la conoscenza e l’intelligenza, da sole, non garantiscono la capacità di convivere con ciò che ci circonda.
“The World We Lose” va al di là del messaggio sulla crisi ambientale e chiede all’ascoltatore di soffermarsi su un quesito ancora più ampio: che cosa resterà di noi, se ciò che abbiamo creato non sarà sufficiente a compensare ciò che abbiamo distrutto?
Ma il paradosso più forte del brano sta proprio nella sua conclusione. La scomparsa dell’umanità non viene raccontata come una vittoria, né come una punizione. È semplicemente la fine di una presenza che non è mai stata indispensabile alla Terra quanto la Terra lo è stata per quella presenza.
Da qui nasce anche la componente più amara e, allo stesso tempo, più luminosa di “The World We Lose”: la possibilità che il pianeta continui oltre di noi. Non una speranza per l’uomo, dunque, ma una speranza per tutto ciò che potrebbe sopravvivergli.
Il nuovo singolo arriva dopo “Arahant”, brano con cui D’Alonzo aveva affrontato il lutto attraverso il Buddismo e l’idea, difficile per una sensibilità occidentale, di amare qualcuno fino ad accettare la possibilità di non ritrovarlo dopo la morte. Un tema intimo che in “The World We Lose”, pur cambiando scala, mantiene centrale lo stesso quesito sulla capacità di rinunciare a considerarci indispensabili. Se in “Arahant” lasciare andare significava anteporre la realizzazione spirituale dell’altro al desiderio personale di un ricongiungimento, nel nuovo brano è l’umanità stessa a dover rinunciare alla propria centralità. La Terra, questa volta, non ha bisogno di essere salvata dall’uomo: può continuare anche senza di lui.
“The World We Lose” racconta l’estinzione ma, paradossalmente, parla soprattutto di vita. Quella che potrebbe restare.